Piacere 2.0: quando può diventare dipendenza?

da | Feb 23, 2021 | Blog

La dipendenza dai social network caratterizza la società di oggi ed è un fenomeno che coinvolge giovani e adulti, in quanto ormai non si può più fare a meno delle tecnologie.

Queste ultime, infatti, stanno sempre più penetrando nel quotidiano di ognuno di noi, tanto che la maggior parte della comunicazione avviene attraverso strumenti elettronici. In alcuni casi tale condizione può condurre alla perdita delle capacità relazionali dovuta alla diminuzione dei legami interpersonali frontali. Risulta importante, dunque, conoscere i rischi a cui la generazione Z (e non solo) è esposta a causa del sempre maggiore attaccamento ai social.

Il piacere ha sempre contemporaneamente attratto e spaventato.

Si è cercato di imporre un confine tra esso e la sua degenerazione, al fine di limitarne la caduta nel vizio, ossia nella dipendenza patologica. Dal piacere si scivola nel secondo quando un comportamento, da semplice abitudine, diventa una ricerca patologica del piacere attraverso mezzi, sostanze e comportamenti che sfociano in una malattia.

Cosa direbbe una persona se le venisse chiesta la motivazione della reiterazione del suo comportamento?

Probabilmente la risposta sarebbe: il piacere!

Oggi, accanto alle dipendenze da sostanze, si stanno diffondendo nuove tipologie come le dipendenze:

  • da acquisti

  • dal gioco d’azzardo

  • dal sesso

  • da internet

Sono patologie sociosintotiche, cioè legate ai nuovi imperativi della società: i soggetti sono sempre più oggetto di manipolazione attraverso la mirata stimolazione di desideri e la proposizione di modelli di consumo. Si tratta dell’idea di essere sempre connessi con il mondo.

Per motivare le dipendenze 2.0 non è possibile fare riferimento a condotte devianti, marginali, disapprovate, da evitare: il soggetto, infatti, non è consapevole che la sua condotta è riprovevole o sanzionabile.

Cosa si intende per dipendenza da social network?

Tale terminologia indica persone che trascorrono troppo del proprio tempo utilizzando i vari social, tanto da interferire con aspetti della vita quotidiana.

Nel 1995, lo psichiatra Ivan Goldberg propose provocatoriamente di introdurre nel “DSM” (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) una nuova malattia, l’”Internet Addiction Disorder”, indicando i criteri diagnostici utili al riconoscimento:

  • il bisogno di trascorrere in rete un tempo sempre maggiore e di connettersi sempre più spesso, per ottenere soddisfazione;

  • la marcata riduzione dell’interesse per ogni altra attività che non riguardi l’uso di Internet;

  • la persona sviluppa agitazione, sintomi depressivi e ansiosi, pensieri ossessivi o sogni su quello che sta accadendo in rete, se l’abuso viene ridotto o interrotto;

  • l’incapacità di interrompere o tenere sotto controllo l’utilizzo di Internet; continuare a usare il web nonostante la consapevolezza di aver sviluppato comportamenti patologici che hanno delle ricadute nell’ambito sociale, psicologico e fisico, come per esempio disturbi del sonno, problemi familiari e coniugali, problemi lavorativi.

Il primo caso ufficialmente documentato di dipendenza da Internet (Internet Addiction) risale al 1996 negli Stati Uniti, quando la psicologa Kimberly S. Young descrisse la storia di una donna di quarantatré anni, la quale trascorreva fino a sessanta ore a settimana in alcune chat room.

Le modificazioni psicologiche e fisiche dell’individuo dipendente dalla rete sono:

  • perdita o impoverimento delle relazioni interpersonali;
  • modificazioni dell’umore;
  • alterazione della percezione del tempo;
  • tendenza a sostituire il mondo reale con un luogo virtuale, nel quale si cerca di costruire un proprio mondo personale;
  • sintomi fisici (tunnel carpale, dolori diffusi al collo e alla schiena, problemi alla vista)

In un contesto simile, secondo la ricerca dell’Osservatorio nazionale adolescenza, sono nate nuove patologie da iperconnessione:

  • like addiction: dipendenza dai like, dall’essere apprezzato e dalla necessità di affermazione sociale; uno studio condotto dall’Università del North Carolina afferma che ogni volta che riceviamo un ‘Mi Piace’, il nostro organismo rilascia una piccola scarica di dopamina, il neurotrasmettitore che viene coinvolto nei fenomeni di dipendenza
  • challenge: sfide nate sui social
  • nomofobia: neologismo che deriva da no-mobile-phone, è la paura eccessiva di rimanere senza telefono o senza connessione internet (accomuna 8 adolescenti su 10)
  • vamping: la moda dei ragazzi di trascorrere numerose ore notturne sui social media (6 giovani su 10 dichiarano di rimanere spesso svegli fino all’alba a chattare)

Il piacere 2.0 sembra dunque sempre più legato al virtuale e a realtà che si fanno materiali solo se certificate dal cliccato, dal mi piace o dalle reactions.

In una società che offre sempre meno opportunità di esprimersi nel mondo reale, c’è il pericolo che la persona continui a rivolgersi a comportamenti in grado di fornirle l’illusoria sensazione del piacere.

Avevate la sensazione che i nostri comportamenti sociali fossero così cambiati per non dire deviati? avete esperienza diretta di tali comportamenti e come li affrontate? ditemelo nei commenti, è utile sempre un confronto su tematiche così importanti.

Al prossimo blog!

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